schiscia/clicca
"mi piace"
Volete contattare i ribelli del
bitto? Saperne di più? Visitare gli alpeggi? Prenotare un evento alla
casèra? Acquistare i prodotti?
Telefono : 0342 690081
Cell. Albino Mazzolini 3338938168
Mail: info@formaggiobitto.com presidente Paolo
Ciapparelli Cellulare: 3343325366
Articoli correlati sullo "STORICO RIBELLE"
Tesori
delle Orobie ... dal bitto ribelle ai vigneti
(17.07.17)
La scorsa settimana la
carovana del "Viaggio sulle Orobie" (terminato ieri) ha
fatto tappa al Centro del bitto storico ribelle.
L'ambientazione era ideale per concretizzare lo spirito del
"Viaggio": un incontro di persone di diversa estrazione
unite dall'amore per la montagna, la cultura, l'arte, il cibo
autentico che racconta un territorio, la sua anima, la sua storia. Ma
ora bisogna fare qualcosa perché questa Dorsale viva in modo
continuativo.
E' ufficiale: lo "storico " formaggio si sposta a Morbegno
(10.07.17)
Con un comunicato ufficiale della società valli del Bitto
benefit, a firma del presidente Paolo Ciapparelli, è stato
annunciato un importante avvenimento che avrà luogo entro il 2017:
l'apertura della nuova sede dello "storico ribelle" presso lo storico
Palazzo Folcher di Morbegno.
Forme in dedica:un fatto di costume (14.05.17)
Assume i contorni del fenomeno di costume il successo delle forme in
dedica adottate da consumatori-coproduttori. Non solo una forma di
commercializzazione etica e creativa ma anche modalità nuove di
comunicare attraverso il cibo idee e valori
Gran formaggio d'alpe orobico (per una storia a tutto tondo) (21.02.17) Riflettendo
su una storia di differenziazioni e perimetrazioni più o meno
artificiose, sovrapposizioni, scambi di identità, emerge l'esigenza di
una riconsiderazione complessiva di una vicenda casearia che ha spinto
a concentrare l'attenzione (spesso conflittuale) sulle denominazioni:
"branzi", "bitto", "formai de mut" (ma si potrebbero aggiungere anche i cru monoalpeggio, di cui il "camisolo" è stato precursore).
Il Dizionario del bitto ribelle (01.01.17) Un 'regalo' di inizio anno agli amici dello 'storico ribelle' (il bitto della tradizione).
Lo storico ribelle che porta benefit alla società e all'ambiente (23.12.16)
Dal 29 novembre la Società Valli del Bitto (meglio nota come
"ribelli del bitto") è bcorp. Una formula che impegna le società a
promuovere vantaggi (in inglese "benefit") per la società, la comunità
locale, l'ambiente. Riducendo, attraverso le sue attività (e nonla
beneficienza) gli impatti negativi per le persone e l'ambiente e
determinando impatti positivi.
Valtellina che gusto... industriale (23.11.16) Uno
stile industriale di marketing del fasullo per promuovere un
agroalimentare industrializzato, banalizzato, omologato. Sperperando i
soldi di chi paga le tasse. Ma non basta. Dopo aver espropriato
il bitto storico del nome "bitto" la promozione "ufficiale", continua a
mimetizzare il bitto "legale" ovvero quello "Nuovo omologato" con
lo "Storico ribelle" (il vero bitto che si fa come secoli fa).
Ribellarsi è giusto e paga (17.11.16)
Lo storico ribelle, liberatosi del nome "bitto" che ormai procurava
solo grane (ed esponeva alla minaccia permanente di denuncia per "lesa
dop") va meglio di prima. Chi ragiona restando nelle coordinate della
vecchia politica pensava che fosse un salto nel buio. Invece i
sostenitori aumentano e lo storico ribelle sbarca in nuovi prestigiosi
templi del gusto.
È ormai bittexit e fa paura ai nemici del bitto storico (17.07.16)
I nemici del bitto storico
non potranno più utilizzarlo come "traino" di una dop
massificata . Non sarà più possibile giocare sull'equivoco di
due produzioni "simili".
E con la fuga del vero bitto dalla dopsi
profila una figuraccia di grandi proporzioni
per la Valtellina
(13.06.16) Commercianti si spacciano per l'ex bitto storico Se
si danneggiano i ribelli del bitto si può usare del
tutto impropriamente la denominazione "Bitto storico" e
illegittimanente quella "Bitto".
La storia di una degustazione organizzata in
Umbria da un'incolpevole Ais con il "bitto storico" ...
senza che vi fosse l'ormai ex bitto storico presidio Slow food
(29.04.16) Assemblea a difesa delbitto storico il 7 maggio a Gerola Lo Storico formaggio
prodotto sugli alpeggi delle Orobie, da secolo noto come
formaggio del Bitto non può essere più chiamato con il
proprio nome. Dopo vent'anni le lobby
politico-burocratico-industriali sono riuscite ad espropriare i
produttori storici. Ma la società civile sta preparando la
mobilitazione
(14.04.16) Il formaggio Storico dei ribelli del bitto da Peck Lo Storico formaggio
prodotto sugli alpeggi delle Orobie è in vendita
da Peck . Quello dell' estate 2015) a 92€ al kg,
quello del 2009 a 26€ all'etto. Il bitto dop dei mangimi e dei
fermenti , prodotto senza latte di capra, a volte in condizioni
semi-industriali, continua a calare di prezzo
Bitto storico: rivoluzione permanente (2.10.15) A
Cheese ques'anno il tema era il formaggio dei pascoli e, complice anche
l'indignzione per il tentativo di imporre il formaggio senza latte, il
bitto storico non poteva che essere al centro dell'attenzione in quanto
"campione" della resistenza casearia. Ma l'attenzione è stata anche per
la sua "rivoluzione dei prezzi"
(08.09.15) Nuovi documenti storici incoronano il formaggio Vallis Biti (bitto storico) Cirillo
Ruffoni ci ha segnalato nuovi documenti storici che consacrano già nel
Cinquecento il formaggio delle Valli del Bitto. Già
allora riconoscibile rispetto ai formaggi prodotti in altre
zone, tanto da costituire per loro anche un termine di paragone.
Scusate se è poco
(02.09.15) Bitto storico: un autunno di decisioni e novità La
stagione d'alpeggio 2015 si sta chiudendo con un bilancio molto
negativo in termini di quantità prodotta, causa della
siccità di luglio. Sul fronte dei rapporti con le istituzioni
l'accordo siglatonel novembre 2014 si sta rivelando un bluff.
Stimoli per i "ribelli del bitto" per rilanciare con forza
l'originalità delle loro esperienza facendo leva
sui suoi punti di forza
(23.08.15) Siccità sugli alpeggi. Colpiti i pascoli più sostenibili La
grave siccità che ha colpito gli alpeggi a luglio non è rimasta
senza conseguenze. Ma chi soffre di più per il calo di produzione di
latte è chi non usa i mangimi, ovvero chi rispetta il pascolo e
l'ambiente. Così solo i "puristi" si sono fatti sentire
(22.08.15) Bitto storico rivoluzionario Attraverso
la creatività commerciale contadina i ribelli del bitto sono riusciti a
imporre per il proprio prodotto un prezzo etico. Esso consente un
equilibrio economico compensando gli elevatissimi costi di una
produzione che va contro gli schemi della società industriale e
consumistica (che si sono imposti anche nella produzione
agroalimentare)
Articoli per argomenti
|
Alpe
Bomino: passato e presente dello storico formaggio
di Michele Corti
(foto di Michele
Corti, Albino Mazzolini e archivio Ruralpini)
Una valle incantata,
oggi isolata (a torto) anche dai circuiti escursionistici, ma in
passato trafficata da carovane cariche di formaggi e di carbone di
legna. Qui, dal 2000, la famiglia Martinoli (Samuele e Donatella, ai
quali si è affiancata gradualmente la figlia Serena) produce il bitto
(ora "storico ribelle").
(01.08.17)
Sono tornato all'alpe Bomino
il 13 luglio scorso. C'ero stato l'ultima volta il 18 agosto 2012.
Quest'anno la malga [qui e altrove nelle Orobie con il significato di
"mandria da latte"] stava per lasciare la parte bassa del
pascolo, mentre cinque anni fa vi era appena ridiscesa. Combinazione ha
voluto
che l'incontro con i Martinoli, la famiglia che gestisce l'alpe,
sia avvenuto nello stesso punto (alla baita della Sponda), proprio dove
era in
corso la mungitura cinque anni fa. Allora avevo prodotto questo mini video
Un alpeggio con tanta storia
"Qui non si vede niente
- dice Samuele Martinoli, che da diciassette anni viene qui per
l'alpeggio - solo sulla cima, nel mese di agosto, si vede qualche
bergamasco, ma attraversano, non scendono, proseguono sulla cresta. Qui
non passa quasi nessuno, solo qualche amante del rampeghino".
L'alta
valle di Bomino vista dalla casera di Bomino soliva
Ben
diverse, però, dovevamo essere le cose tra il XVI e il XVIII secolo. Per la valle di Bomino passava
allora l'antica via
mercatorum (il percorso che da Averara risale la val Mora
per superare la dorsale orobica in corrispondenza del passo del
Verrobbio, a 2022 m) . Scendendo per la valle di Bomino si proseguiva poi
verso Morbegno.
Il passo era chiamato anche degli "zapelli di Verrobio" (zapèi de Verobi), dal
termine lombardo utilizzato per definire un passaggio stretto e obbligato con
gradini (c'erano anche i zapèi de la vriga, per arrivare all'Aprica).
Il passo del Verrobbio (dal nome della
montagna vicina), a testimonianza dell'importanza dell'antico
tracciato, era noto anche come passo di Morbegno. Prima dell'apertura
della più agevole via Priula, che con un nuovo tracciato - progettato ad hoc - superava il
crinale in corrispondenza dell'attuale passo di San Marco, l'itinerario
era comunque piuttosto frequentato, anche se i muli non potevano transitare a
carico pieno. In alcuni tratti i muli dovevano persino essere scaricati,
costringendo i mulattieri a caricarsi sulle loro spalle la mercanzia.
La
malga di Bomino vaga (allora ben più numerosa di oggi) zona del passo del Verrobbio in una foto d'archivio (Ruralpini, 2003)
Notizie per noi
molto interessanti in merito ai traffici per il Verrobbio, emergono
dalla
documentazione relativa all'annosa contesa sui diritti di passaggio del
passo stesso. Essa si protrasse per sessant'anni, a cavallo tra
Seicento e
Settecento, e riguardava il tratto di percorso attraverso le alpi
Ancogno e Col
effettuato dalle malghe dei bergamini
bergamaschi per raggiungere l'alpe Bomino, da essi rilevata in affitto
dalla parrocchia di Gerola che ne era proprietaria. Dopo aver risalita
la Priula da Mezzoldo,
dovevano - raggiunta la cantoniera di San Marco - percorre la vecchia
via attraverso il Verrobbio. I proprietari delle
alpi di Ancogno e Col, sul versante brembano,
pretendevano che i bergamini scendessero per la via Priula sino a
Morbegno e risalissero la Valgerola o, in alternativa, che
corrispondessero loro esosi
pedaggi. La causa, che si trascinò con pesanti costi legali per
entrambe le parti (si svolgeva a Venezia), si concluse solo nel 1726
con una composizione
ragionevole tra i privati proprietari delle alpi Ancogno e
Col e la parrocchia. Avrebbero potuto arrivare settant'anni prima alla
stessa soluzione risparmiando molte spese.
In: bianco =
piste forestali gippabili, rosso = sentieri pedonali, giallo = strade
asfaltate (Mappa delle vie dei Principi delle Orobie)
La ricca
documentazione relativa alla causa del Verrobbio, che coinvolse anche le autorità
pubbliche del tempo (il podestà di Morbegno e il capitano e podestà di
Bergamo), ci consegna notizie interessanti sulla storia del bitto,
desunte dalla documentazione conservata nell'archivio della chiesa di
San Bartolomeo di Gerola - proprietaria dell'alpe Bomino - e consultata da Cirillo Ruffoni (1).
Nel 1693
il Podestà di Morbegno reclama il
diritto di libero transito attraverso il passo, sottolineandone il
valore commerciale, e mette in evidenza - oltre le importazioni dalla
bergamasca in Valtellina - anche la “quantità grande di bestiami e
tutta la grassina [formaggi] che
si fabbrica ne [sic] monti vicini a quei paesi” e che si dirigeva verso la
bergamasca. Circostanza confermata, nel 1701, dal podestà e
capitano di Bergamo che sottolinea come l'itinerario attraverso il
passo del Verrobio servisse a “racoglier le carni et grassine
per beneficio della città di Bergamo et de pubblici datii”. È
interessante notare come, nel periodo considerato, non solo Bomino ma
anche le alpi Pescegallo e Dosso cavallo, fossero caricate da
bergamini bergamaschi (in particolare gli Arioli di Piazzatorre) e che quindi buona parte del bitto della
Valgerola venisse prodotto da bergamaschi che, alla fine della stagione, lo trasportavano in val
Brembana.
Nell'appello dei sindaci della chiesa di Gerola, redatto ai fini della causa, si
ribadisce che - a memoria d'uomo - il transito per l'itinerario
contestato dai proprietari delle alpi Ancogno e Col, era sempre stato ininterrottamente praticato e libero per “condurre animali
d'ogni sorte dalle valli Averara, Torta e oltre nelle terre di
Gerola, Pedesina, Volusa [Rasura?]
e Sacco” e che “per suddetta strada e passo di Varobio e Morbegno
si conduce gran quantità di formaggi da dette terre in Bergamasca”.
Queste notizie, come - de resto quelle relative all'alpe Trona - ci dicono che la
produzione del formaggio d'alpe in Valgerola, nei secoli XVI-XVIII, era
gestita per lo più da bergamaschi e valsassinesi e che dalla Valgerola
il formaggio era portato a Bergamo (o a Lecco, insieme a quello
dell'alta Valvarrone). Con buona pace di chi considera il bitto un
formaggio d'origine "valtellinese". Un
equivoco legato al fatto che, in effetti, una minima parte della produzione
(rispetto a quella, ben maggiore, esitata a Bergamo, Lecco) era esitata sulle
piazze valtellinesi con il nome, evocativo di grande pregio, di "fromaggio
[sic] della valle del Bitto".
La parte bassa della valle di Bomino vista dalla casera di Bomino soliva
La
valle di Bomino si presta bene ad illustrare le relazioni economiche e i
movimenti di uomini, animali e merci tra il versante brembano e quello
della Valgerola, ma anche l'intreccio tra l'economia dei pascoli e
dei boschi e quella delle miniere e degli impianti siderurgici.
Un'economia che vedeva impegnate importanti e ricche famiglie che, a volte,
mantenevano rami sui diversi versanti orobici per sfruttare meglio
le opportunità dei traffici (non sempre leciti) attraverso i confini.
Ancora nei primi decenni del Settecento la val Bomino (molto boscosa nella
sua parte bassa, come si vede nella foto sopra) forniva grandi quantità
di carbone di
legna per la fusione del minerale di ferro, estratto nelle miniere d
Trona. Nel XIX secolo, dopo l'unità d'Italia, diversi beni della
parrocchia di Gerola vennero incamerati dallo stato e messi in vendita a
privati. La forte intensificazione ottocentesca dell'attività
d'alpeggio portò alla divisione in due proprietà della valle: la
"soliva" e la "vaga". Il "vago" è più ombroso,
esposto a NO, il “solivo” a SE. Ma al "vago" e al "solivo" sono in realtà le
casere, che si guardano di rimpetto. Risalendo la valle i pascoli
dell'una e dell'altra proprietà si scambiano di versante (per non penalizzare nessuna delle due "sorti" derivate dalla
precedente proprietà unica).
La casera di Bomino
soliva e la baita della Sponda (in alto) viste dalla casera di Bomino vaga
(archivio Ruralpini, 2007)
L'evoluzione dello
storico ribelle
Fatta questa
premessa su Bomino del passato è utile inquadrare il ruolo di nella
situazione attuale dello "storico ribelle". Lo storico ribelle (ex
bitto storico) vive una stagione di
transizione, tra nuovi successi e i "colpi di coda" di un establishment agroindustriale
che ha sparato le sue ultime cartucce contro una realtà di resistenza
contadina, casearia, rurale che continua a rappresentare per esso una spina nel
fianco.
Le buone notizie sono date dell'apertura della nuova sede in centro
storico a Morbegno (vedi
l'articolo recente qui su Ruralpini) ma anche dall'allargamento della
cerchia dei sostenitori e degli estimatori dell0 "storico". Purtroppo,
però, va registrato che alcuni produttori storici, legati
alla “scuola di Gerola” - quella dei mitici casari del passato -
non ci sono più. Vuoi per cessazione dell'attività d'alpeggio, come nel
caso della famiglia Manni (un abbandono - motivato da cause famigliari
- che segna la fine di un'epoca), vuoi perché taluni hanno ceduto alle
pressioni (per utilizzare un'espressione eufemistica) del suddetto establishment e hanno
disertato il campo dei ribelli del bitto. Restano i produttori che
hanno saputo da tempo rendersi indipendenti dal sistema, operando la
trasformazione del latte anche in inverno, non facendosi sedurre dalla
logica dei numeri e della trappola dei volumi fisici di produzione.
In questo contesto si
affacciano dei giovani alle prime esperienze (ne parleremo in un
prossimo articolo) ma si consolidano anche
delle esperienze che, non essendo riconducibili alla linea
genealogica “blasonata” della Valgerola, erano
rimaste ingiustamente un po' in ombra. Fino a qualche anno fa i produttori
provenienti dalla sponda retica della bassa Valtellina (nota come la
“costiera dei cèch”)
rappresentavano ancora una categoria
“in osservazione” (ci si chiedeva se avrebbero mai potuto raggiungere
il livello della "scuola di Gerola"). Resisteva, anche tra i
ribelli del bitto, il mito delle valli del
Bitto e dei casari di vecchia scuola. Ma il mito era ormai esaurito.
Anche noi non ce ne siamo accorti in tempo e abbiamo contribuito a
rinverdirlo fuori tempo massimo. Le condizioni che lo avevano costruito
non esistevano però più: il sistema d'alpeggio era radicalmente
cambiato, non c'erano più i casari e i pastori professionisti di un
tempo ma un sistema che si
regge su famiglie che esercitano. anche per il resto dell'anno,
l'attività di allevamento e caseificazione. Dove non c'è questa
struttura famigliare è giocoforza ricorrere a personale raccogliticcio,
con esiti a volte incerti. I risultati di questa trasformazione ci
dicono che, anche in queste nuove condizioni, si può continuare a
raggiungere l'eccellenza del passato. Questa è la buona novella che
vale più di un mito sbiadito.
La casera dell'alpe Bomino vaga
Ai vecchi casari
sono subentrati giovani e donne che, pur operando
nell'ambito della propria azienda, sono casari a tutti gli effetti,
lavorando il latte (e non poco) tutto l'anno. Un tempo, quando la
famiglia aveva 1-5
vacche e tutto era inscritto nel quadro di un'economia di sussistenza,
il latte lavorato era
ben poca cosa anche perché, in inverno (a partire dalla fine
dell'Ottocento), lo si consegnava alla latteria di paese dove spesso
operava un casaro salariato. In precedenza, in inverno, le vacche erano
asciutte o fornivano il latte ai vitelli. I contadini (le
contadine) lavoravano in proprio un po' di latte sul maggengo, nei
periodi
precedenti e seguenti all'alpeggio. Ma producevano solo formaggette
magre per uso famigliare che non richiedevano professionalità. In
estate le bestie da latte (capre comprese) erano affidate
ai caricatori d'alpe in cambio di denaro (proporzionale alla loro resa
in latte). Pochi erano i casari capaci di manipolare quintali di latte,
di produrre grosse forme di formaggio, ed erano ben pagati. Ma tutto
questo è cambiato e le condizioni perché
la tradizione continui oggi sono molto diverse: oggi è importante che i
casari (spesso le casare) possano produrre formaggi e latticini di
qualità estate e inverno. Il che significa valorizzare al meglio anche
la
produzione artigianale invernale, che deve sempre più differenziarsi da
quella industriale, qualificandosi in quanto ottenuta dal latte della
propria stalla, dove l' alimentazione, la salute e il benessere degli
animali
sono ben diversi da quelli delle grandi stalle che producono latte per
l'industria (di qualità inferiore, non fosse altro per la sosta nei
tank di refrigerazione ).
La crescente diffusione, nelle piccole
stalle che lavorano il proprio latte, di pezzata rossa, bigia alpina e
bruna originale, marca questo orientamento qualitativo e diventa un
elemento chiave anche da comunicare al consumatore. Non solo queste
razze, grazie alla loro "duplice attitudine", si prestano molto meglio
alla gestione d'alpeggio (garantendone la continuità) ma - anche in
fondovalle - caratterizzano e rendono possibile un modello fatto di ricorso minimo ai
mangimi, migliore fertilità, maggiore durata in stalla, minore incidenza di
malattie, minor uso di farmaci. Tutti aspetti che favoriscono la qualità del
latte (da non considerare solo come titoli di grasso e proteine e altri
parametri "igienico-industriali"), il rispetto dell'animale, dell'ambiente e di una cultura.
Le valli del Bitto: un
mito da ricontestualizzare
Le valli del Bitto costituivano indubbiamente un sistema molto forte,
che seppe sopravvivere - almeno per un certo periodo storico - alla crisi del
sistema di alpeggio (e di produzione del bitto) delle altre valli della
bassa Valtellina. Dove si produceva bitto ce lo illustra la seguente
tabella, che si riferisce
alla sola provincia di Sondrio. In realtà la stessa fonte, di inizio
Novecento (l'Inchiesta sui pascoli
alpini della Lombardia), indicava come la produzione di questo
tipo di formaggio fosse molto estesa in Valbrembana (33 alpeggi,
mediamente più grossi di quelli valtellinesi), nella lecchese alta
Valvarrone (3 alpeggi) e anche in qualche alpeggio delle comasche val
del Liro e valle Albano (Lario occidentale). Non solo ma
le vicende degli alpeggi tra XVI e
XVIII secolo, richiamate nel precedente paragrafo, ci dicono che
brembani e valsassinesi hanno caricato per secoli gli alpeggi della
valle del Bitto dove producevano formaggio grasso che veniva poi
commercializzato a Lecco e Bergamo. Gradualmente gli elementi locali
(peraltro, spesso, di origine valsassinese e bergamasca, come indicato
dai cognomi) sono subentrati ai bergamini transumanti della Valsassina
e Valbrembana
nella conduzione degli alpeggi della valle del Bitto, intraprendendo
anch'essi la produzione del formaggio grasso di eccellenza.
Tabella – Alpeggi in
provincia di Sondrio con produzione del bitto (Inchiesta sui pascoli
alpini della Valtellina, 1903-1904)
Valle |
alpeggi |
con prod. bitto
|
vacche da latte
|
capre |
alpi con capre
|
Val Lesina (Comuni: Delebio, Andalo,
Rogolo) |
7 |
6 |
393 |
410 |
6 |
Val
Masino (Ardenno, Buglio in Monte, Val Masino, Civo)
|
34 |
12 |
798 |
660 |
11 |
Val dei Ratti (Comuni: Novate Mezzola,
Verceia) |
6 |
2 |
152 |
100 |
2 |
Val Tartano (Comuni: Campo Tartano,
Forcola) |
22 |
20 |
1330 |
637 |
10 |
Val del Bitto (Comuni: Gerola Alta,
Pedesina, Bema, Rasura, Albaredo, Cosio) |
23 |
23 |
1384 |
1093 |
14 |
Val Madre/Val Cervia/Val Livrio
(Comuni: Fusine, Cedrasco, Caiolo) |
22 |
16 |
969 |
1315 |
16 |
Val Ambria (Comuni: Piateda)
|
5 |
1 |
140 |
80 |
1 |
Totale |
119 |
80 |
5166 |
4295 |
60 |
Elaborazione sui dati
riportati in: A. Serpieri, "Relazione sui pascoli alpini valtellinesi",
in: Società agraria di Lombardia, Atti della
Commissione d’inchiesta
sui pascoli alpini. I pascoli alpini
della Valtellina. Volume I,
Fascicolo III, Milano, Premiata Tipografia Agraria, 1903. pp.
1-128.
Tra le diverse valli
interessate alla produzione del formaggio grasso d'alpe delle Orobie, una sicura importanza (12
alpeggi) era rivestita dalla val Masino, valle che non appartiene alle Orobie ma bensì alla Rezia, più
famosa per le sue pareti granitiche e il bouldering che per
gli alpeggi. Essa
costituiva l'eccezione alla "orobicità" del bitto. Arrigo Serpieri (2)
ci informa anche che : “L’alpe Granda appartiene al comune di Ardenno
[…] si fabbrica formaggio grasso, tipo
Bitto, che trova smercio a Morbegno”. Le altre undici alpi della
val Masino dove si produceva formaggio grasso tipo Bitto (in forme del
peso di 16-17 kg), lo vendevano "al famoso
mercato di Branzi, nell’alta valle Brembana". A quei tempi (non era
stata ancora istituita la mostra dei formaggi di Morbegno e non era
stata ancora realizzata la casera sociale dei caricatori d'alpe di Morbegno) la stragrande maggioranza del bitto
(tutto quello della val Tartano e delle altre valli orobiche
valtellinesi ad est di essa e parte di quello della stessa valle del Bitto) era venduto come branzi (ai Branzi) ed era
stagionato a Bergamo.
Alpeggi eroici
Solo
in 12 alpeggi della val Masino su 32 si faceva bitto. Perché? La
risposta è semplice: si trattava di alpeggi di limitata estensione,
fazzoletti di pascolo tra le rocce, ma cresce un'erba
sopraffina e vi è grande abbondanza di acqua.
Per produrre bitto servivano 40-50 vacche come minimo (le produzioni
giornaliere non superavano i 5 kg per capo). Questo spiega perché in
val Masino la produzione era possibile solo negli alpeggi migliori e
più grandi. In questa valle persino
le casere e i ricoveri per gli animali sono in mezzo o sotto la roccia
come illustra bene la famosa "stalla
nella roccia" della Qualida (vai
a vedere l'articolo di Ruralpini). Alpeggi “eroici” dunque, spesso sopra i
2 mila
metri.
Chi sa bene queste cose perché le ha vissute in gioventù, è Samuele Martinoli - classe 1964 - caricatore
dell'alpe Bomino soliva. Samuele è un cèch (così
gli orobici chiamano i retici, che a loro volta
li qualificano come maroch),
un allevatore di
Cevo,
frazione del comune di Civo, già dentro la val Masino. Dal 2000 (con
l'interruzione di un anno, quando ha caricato l'alpe Lago di
Albaredo) viene in val Bomino. Una scelta motivata dal fatto che in val
Masino l'alpeggio, già in passato "eroico", era entrato in piena crisi:
mancanza di strade d'accesso, forti pendenze, fabbricati primitivi,
baite minimali. In
questa stagione calda 2017 che,
nonostante non si possa parlare di siccità vera e propria, vede una produzione di erba
scarsa per via della pochissima neve e del caldo di giugno, è comprensibile che Samuele
rimpianga la sua val Masino. Che, però, la moglie Donatella descrive
nei seguenti termini:
In val Masino gli alpeggi erano
belli alti, senza niente; le casere, però, c'erano, erano scomode, ma c'erano. Ho iniziato nel
1993, quando sono arrivata in Valtellina, eravamo su all'alpe Spluga,
sopra Cevo, c'erano capre anche se non erano nostre, facevamo bitto.
Alla crisi dell'alpeggio è corrisposta in
val Masino anche quella dell'allevamento stanziale. Osserva Samuele:
Al mio paese [oggi di soli 190 ab.] avevamo 200
capre. Morti i vecchi le capre sono sparite. Non c'è più niente. In
tutta la val Masino ci sono solo io con le mie mucche e, per il resto,
c'è solo un giovane - vicino a San Marino - che ha una ventina di mucche,
una settantina di capre e una cinquantina di pecore. Una bella stalla
nuova, l'agriturismo, il Sasso Remer, ma in estate tiene tutto a casa.
Bomino vago: baite
e barech (archivio Ruralpini, 2007)
Le tradizioni d'alpeggio erano comunque ben
radicate in val Masino. Samuele ha fatto alpeggio dall'età di 14 anni
(come cascìn,
pastorello). A 16 è stato promosso a pastore e ha esercitato in numerosi alpeggi
della valle (ne snocciola i
nomi come in una litania). Poi, nel 1994, quando si è sposato con
Donatella Auguadri, ha creato la propria azienda, dotata di
una stalla moderna per una trentina di capi.
Samuele
Martinoli al pascolo (archivio Ruralpini, agosto 2003)
Per
qualche anno Samuele ha utilizzato Bomino “vaga” con altri soci (tra
cui Fausto Moiola, che era anche casaro), poi è venuto al “solivo” come “rilevatario”
(affittuario). Da cascìn a rilevatari, tutto il cursus onorum di un om de munt.
I proprietari di Bomino "soliva" sono dei privati della frazione Nasoncio
di Gerola, da dove, poco a monte dell'abitato sparso, inizia la pista forestale che risale la val Bomino e arriva sino
alle casere.
Samuele,
in quanto cèch,
ovvero proveniente dalla sponda retica, quella delle vigne e dei
“contadini” (anche se lui, come altri, è om de munt), era guardato dall'alto
in basso dai caricatori e
casari della Valgerola, terra pastorale e un po' altezzosa. Ma oggi la “puzza sotto il
naso” dei gerolesi è fuori luogo. La scuola dei maestri casari
del bitto si è estinta e diversi caricatori/casari di matrice gerolese
(residenti nel fondovalle valtellinese, come altri originari delle
valli) hanno ceduto alle pressioni dell'agroindustria e dell'establishment politico -imprenditorial -amministrativo, tradendo la
storia dei loro avi. Quando non si ha il coraggio di difendere
un'eredità è giusto che essa passi ad altri.
La prima
casara del bitto
Donatella,
nata e vissuta a Milano, seppe inserirsi in modo quasi sorprendente
nella realtà dell'alpeggio e della caseificazione. Donna di poche
parole, ma indubbiamente energica e decisa (un avo, capitano degli
alpini del battaglione Morbegno, è stato eroe di guerra, pluridecorato
con due medaglie d'oro, di cui una alla memoria). Donatella imparò ben presto a caseificare in alpe quando - a differenza di
oggi - di donne casare non c'era l'ombra. Nessuno avrebbe scommesso
che una donna, per lo più milanese, sarebbe riuscita ad “andare
avanti”. Così i vecchi casari, convinti che tanto non li avrebbe
“rubati”, non le lesinarono consigli: “devi fare
così, fare cosà”. Se, da una parte, ridevano, dall'altra erano
probabilmente stupiti e ammirati (conoscendo un po' la mentalità degli
anziani).
Fatto sta che Donatella divenne la
prima casara del bitto (“univamo il latte di capra a quello di mucca,
non si
chiamava bitto ma era uguale”). Anno dopo anno - dal 1994 ad oggi - il
suo formaggio è diventato uno dei più apprezzati
“storici ribelli”. Non ama vantarsi, ma neppure esibire
falsa modestia (“ho migliorato perché... sbagliando si impara a
quagiare, ma in realtà mi veniva bene anche all'inizio”).
La
figlia Serena, che solo lo scorso anno ha finito le scuole
(diplomandosi in ragioneria), spera di seguire le orme della madre.
La ragazza misura le parole (come la madre) e, a sentirla parlare
mentre munge con calma, pare molto più grande della sua
età. Scandisce le parole in modo tranquillo e ponderato ma si
intuiscono facilmente un carattere fermo e le idee chiare che contrastano con la corporatura minuta. Ha una
grande passione per le mucche e l'alpeggio (“La mia razza preferita
à la valdostana, la castana”). Se proprio deve "salvare" un'altra razza
sceglie la bigia. In
tema di razze la famiglia è comunque
molto pluralista. Samuele è ancora dell'idea che la bruna (brown swiss)
"sia buona da mungere... però anche le pezzate rosse ne fanno di
latte".
Quanto alla bruna originale dice di essere stato
tentato, ma per ora resiste dissuaso da un commerciante di
bestiame. Donatella è agnostica, ritenendo che ogni razza abbia i
suoi pregi.
Serena ha idee chiare anche sull'economia
dell'azienda ("buona parte del guadagno in inverno se ne va per
comprare il fieno, per mantenere gli animali; noi non abbiamo terreni e
dobbiamo comprarlo, ma anche chi ha i terreni ha dei costi per produrre
il fieno e l'alpeggio è un aiuto"). Nonostante ciò preferisce parlare
del proprio
futuro in modo prudente. “Mi piacerebbe continuare ma... dipende
dai mercati; se migliorano le cose, se si lavora per qualcosa di più
della sopravvivenza”. Poi aggiunge che: "nella stalla alcune cose
avrebbero
bisogno di essere modernizzate, mungiamo ancora con il secchio [a
macchina ma senza la linea del latte che lo trasporta direttamente al
locale di conservazione/lavorazione]".
Serena conferma l'impressione
diffusa che oggi, a fianco di molti "bamboccioni", ci sono ragazzi e
ragazze molto seri, forse più che nel passato, sovente un po' troppo mitizzato. È persino severa contro
quei ragazzi che: "dicono che non c'è lavoro, poi quando è il momento di
lavorare non ci sono, ti dicono che vanno via da un giorno
all'altro".
La ragazza aiuta la mamma nella
lavorazione del latte (ad estrarre la cagliata e a
“tenere su la grana”, operazione quest'ultima che non richiede particolare
attenzione ed esperienza ed affidata anche un tempo ai ragazzi). Forse
potrebbe ormai fare tutto da sola (o almeno provarci).
Ma Donatella, che ammette di essere “un po' gelosa”, non lascia
che la figlia, almeno per ora, “tocchi” più di tanto.
Ho così scoperto che, mentre la
successione (nel compito di "quagiare") avveniva abbastanza facilmente se da padre in figlia (quando
le ragazze erano sui quindici
anni, vedi Cristina Gusmeroli, Sonia Marioli, Antonella Manni),
quella da "madre in figlia" è più complicata (e si capisce il
perché). Del resto, per motivi simili, non avveniva quasi mai da
padre in figlio. I figli dovevano "rubare" i segreti del mestiere da
altri.
Quando chiedo a Serena se
ha già provato ad eseguire la salatura delle forme la ragazza si schernisce: “Lo
fanno la mamma, e anche il papà. Ci vuole la mano, se no si fanno solo
disastri”.
Mamma
Donatella da qualche anno lavora il latte anche in inverno: “prima
lo portavamo alla latteria del paese vicino, poi hanno chiuso”.
“Faccio quei matüscin [formaggetta
a pasta cruda a forma di focaccina con sottocrosta che tende a
liquefare], vanno molto bene” . Serena
pensa che bisognerebbe provare anche a fare lo yogurt. Pur essendo
legata alla tradizione la ragazza si preoccupa di cogliere le
opportunità di
valorizzare il buon latte della mucche di famiglia anche con prodotti
“nuovi”.
Papà
Samuele appare un po' scettico e un po' sfiduciato mentre elenca, con
tono rassegnato, tutte le difficoltà e le minacce dell'alpeggio
Non
si trovano più mucche da latte da
caricare, sugli alpeggi caricano bestie da carne per le speculazioni
[qualche giorno dopo l'intervista è scoppiato uno scandalo con trenta
indagati dalla procura di Sondrio],
come in val Tartano, dove alcuni pascoli sono andati a una ditta di
Parma
che ha cinquemila capi. Le stalle un po' grosse o caricano loro senza
aver bisogno di altre bestie o lasciano a casa
le mucche da latte anche in estate.
Ma i problemi non sono finiti: "quest'anno
c'è poca erba... ma è così da
anni”. Come molti allevatori lamenta anche che chi si fa avanti per
ottenere il lavoro, poi si tira spesso indietro: " ci si alza alle cinque, non c'è sabato,
non c'è domenica, non c'è discoteca ... per fortuna che quest'anno ho trovato
un aiuto che viene della val Trompia" (il signore con la maglia gialla
nella foto sotto).
Samuele pensa che la figlia, qualora trovasse nel frattempo un lavoro,un , non salirà più
in alpe il prossimo anno. Lo dice in modo un po'scaramantico perché,
sotto sotto, vorrebbe che continuasse. Pur con le difficoltà
snocciolate accarezza anche un sogno per la "sua" val Bomino: in questa
bella valle isolata, dove non esiste altro al di fuori di due
casere e di qualche baita, dove oggi non passa quasi nessuno
(“tranne qualche amante del rampichino”), Samuele ipotizza la
realizzazione di un'attività agrituristica (“... se si riuscisse a
farla conoscere”). Un progetto del tutto ragionevole considerata la
bellezza della valle, la sua breve distanza da Morbegno (ma anche dal
passo di San Marco), la grande visibilità dello "storico
ribelle" che ha molti estimatori, tra cui
importanti associazioni (Slow Food, Fai).
La casera di Bomino
soliva
Il
progetto
dell'agriturismo in alpe è affascinante ma è ora che si deve aiutare i
Martinoli (e i loro colleghi) creando le condizioni perché Serena (e i
suoi coetanei) possano continuare
nell'attività che amano (se non la amassero avrebbero già manifestato
la volontà di intraprendere altre strade). Cresciuta
alla scuola di mamma Donatella, che si era fatta le ossa all'alpe
Spluga di val Masino "rubando" il mestiere ai vecchi casari,
Serena rappresenta una promessa che
lo
“storico ribelle” non può permettersi di perdere.
Non è impresa
disperata perché se è vero che il mercato va
creato, o quanto meno ampliato, è anche vero che la società valli del
Bitto benefit sta già dandosi parecchio da fare, e con buon successo, per
valorizzare i prodotti estivi ed invernali dei contadini che ad essa
fanno riferimento.
Con la prossima apertura a Morbegno le opportunità di
valorizzazione della produzione invernale si amplieranno. Un modo per dare un futuro ai sogni (tenuti
prudentemente celati) di Serena ma anche per non far morire le speranze
di tanti altri che, come dice papà
Samuele, in assenza di prospettive nuove: “Vanno a lavorare fuori,
pur avendo la famiglia delle belle stalle”.
Note
(1) C.Ruffoni
“La storia degli alpeggi e del formaggio bitto. La grande svolta -
l'età moderna -” in M. Corti, C. Ruffoni, Il
formaggio val del Bitt, la storia, gli uomini gli alpeggi. Come nasce
un mito caseario.
Ersaf, Milano, 1999).
(2) A. Serpieri,
"Relazione sui pascoli alpini valtellinesi", in: Società agraria di
Lombardia, Atti della Commissione
d’inchiesta
sui pascoli alpini. I pascoli alpini della Valtellina. Volume I,
Fascicolo III, Milano, Premiata Tipografia Agraria, 1903. pp.
1-128.
Lo "storico ribelle" ha bisogno
dell'aiuto di tutti coloro che lo ammirano e credono al significato
dei valori e dei modelli che incarna. Si può aiutare in vari modi.
1) Partecipare alla campagna di azionariato popolare
Dopo il cambio di statuto per divenire Società Benefit, secondo la
nuova legge in vigore dal 1 gennaio 2016, la Società Valli del
Bitto riapre la campagna di azionariato popolare. Società benefit
è quella che non mira solo al proprio utile ma a vantaggi per la
società, il territorio, l'ambiente.La Società Valli del Bitto punta
solo alla sostenibilità economica e non al lucro. Senza di essa non
potrebbe conseguire i propri scopi che sono in primo luogo garantire -
attraverso la valorizzazione economica - la sopravvivenza del formaggio
"storico ribelle" (ex-bitto storico) con tutto il suo sistema di
produzione in alpeggio che rappresenta un monumento di cultura e di
biodiversità. Lo "storico ribelle" è Presidio Slow Food, il
presidio che - a detta di Slow Food - incarna forse al meglio il
principi del cibo "buono - pulito - giusto". Tutti possono partecipare
a questa Società che incarna l'ideale dell'agricoltura etica sostenuta
dalla comunità che, a sua volta, sostiene il territorio. Si diventa
soci anche solo con 150€ ( con un tetto di 20 mila €). A tutti i soci
viene riconosciuto un "dividendo etico" in natura pari al 2% del
capitale sottoscritto e uno sconto del 10% sul prodotto Tutti i soci
partecipano all'assemblea e al pranzo sociale. Per sapere come
associarsi: tel. 334 332 53 66 info@formaggiobitto.com
2) Adottare una forma in dedica vai a guardare qui
3) Offrirsi come volontari per le varie attività culturali e
sociali svolte dalla società valli del Bitto Benefit e per
costituire un'associaizone di sostenitori dello storico ribelle
(scrivete a redazione@ruralpini.it)
|