(06.01.12) Si moltiplicano gli sforzi dei comitati contro il biogas che mangia l'agricoltura ma sinora manca il sostegno degli intellettuali, anche di quelli schierati contro eolico e fotovoltaico selvaggi
di Michele Corti
A parte Petrini e la Gabanelli nessuno tra intellettuali, giornalisti, professori, ambientalisti snob ecc. ha avuto il coraggio di sostenere che il biogas selvaggio è una porcata. Ora il movimento anti biogas, che sta iniziando a coordinarsi, si attende una forte presa posizione di Slow Food a favore della MORATORIA
Gli intellettuali italiani anche quelli più sensibili ai temi ambientali paiono disinteressarsi di un fenomeno devastante che rischia di destrutturare l'agricoltura di ampie zone italiane e di favorire una corsa alla terra che metterà questa risorsa nelle mani dei grandi interessi speculativi. In Africa come nella pianura padana. Parecchie sono le personalità dell'intellighentsia (tra i più noti Sgarbi, Ripa di Meana, Oliviero Toscani, Pannella) che hanno sottoscritto appelli contro l'eolico e il fotovoltaico selvaggi preoccupati - giustamente - per la compromissione di grandi valori culturali, paesaggistici e turistici. In questi documenti di associazioni e personalità (riportati oltre in questa stessa pagina) non si fa parola di "biomasse" e "biogas". Dimenticanza, disattenzione, ignoranza? Va notato che l'appello a limitare i superincentivi al fotovoltaico sui tetti è stato accolto dal governo Berlusconi in una delle ultime "finanziarie". Segno che proteste e appelli, specie se sostenuti da gruppi di ineteresse, non restano inascoltati.
Non devono succhiare le mammelle dello Stato (gli altri)
Il portale Via dal vento è stato creato - lo dicono loro - " un gruppo di cittadini di varia provenienza culturale e di diverse competenze professionali – piu’ o meno attivi nell’associazionismo ambientalista – preoccupati per gli effetti devastanti causati al paesaggio naturale e storico dell’Italia, nonche' agli ambienti naturali e alla fauna, dall’attuale proliferazionedegli impianti industriali per la produzione di energia dal vento". Tutto bene, a parte che sarebbe bello che la gente si presentasse con nome e cognome e non con un "gruppo di cittadini" una formula usata immancabilmente per nascondere delle lobby.
Ma perché nel suddetto sito che ogni giorno riporta notizie in tema di contrasto all'eolico selvaggio se si fa una ricerca nelle news il "fotovoltaico" è citato 79 volte mentre le "biomasse" 12 e il "biogas" una sola volta? Forse una risposta si trova in quell'unica citazione del "biogas", un comunicato stampa del 4 giugno 2010 del guru Carlo Ripa di Meana lo spocchioso aristocratico (politicamente craxiano) riciclatosi ambientalista (ora d'antan):
Pubblichiamo un Comunicato stamapa di Carlo Ripa di Meana, presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio: “ L’eolico è invece il settore che dipende maggiormente dall’estero, con il 60% di compagnie straniere su 82 totali. Va un po’ meglio il fotovoltaico, dov’è italiana poco più della metà delle 700 aziende esistenti; biogas, rifiuti e idroelettrico contano quote tra il 75 e l’84% di società del nostro Paese.” Sono dati del Politecnico di Milano. Si conferma ancora una volta che l’eolico oltre ad essere inadatto ed insostenibile per il paesaggio italiano, è espressione di una colonizzazione del Paese ad opera di lobby nord europee, che si sono attaccate fermamente alle mammelle dello Stato ed alle bollette degli italiani, succhiando risorse essenziali a vere politiche di autonomia energetica e di ricerca a favore della industria italiana.
Non ci vuole molto a capire che questi signori sono contro certe rinnovabili selvagge perché hanno interesse in altri business concorrenti e perché alle mammelle dello stato e alle bollette degli italiani vogliono suggere loro.
Per fugare ogni sospetto bisogna essere contro tutte le rinnovabili selvagge. Nel nostro piccolo oltre ad occuparci di biogas ci siamo occupati - quando è stato il caso - anche di eolico portando il nostro contributo al blocco dello sconsiderato progetto di Parco eolico al Passo di San Marco, tra le provincie di Bergamo e di Sondrio. Per fortuna c'è qualcuno più importante di noi che ha preso anch'egli posizione contro tutte le rinnovabili selvagge e in particolare il biogas che rappresenta una minaccia epocale per l'agricoltura, per il cibo buono, pulito e giusto. Ai distinti intellettuali che si stracciano le vesti per l'insulto estetico al paesaggio, ai beni monumentali, archeologici, storici forse non fregherà niente se il biogas farà sparire produzioni localizzate come l'aglio di Voghiera o l'asparago di Altedo. Nel loro provincialismo (molto indietro rispetto alla cultura europea e allo stesso pachiderma burocratico Unesco), non ritengono che un volgare ortaggio o latticno possano essere classificati beni culturali. Eppure è così.
Il peso della cultura estetizzante ed elitaria
Pesa poi a mio avviso la concezione estetizzante, letteraria, elitaria di paesaggio della cultura italiana, ferma ad una sopravvalutazione della qualità formale, visuale ed ad alcune sue componenti culturalmente determinate e poco aperta al concetto di organica unità tra qualità visuale percepita e la dimensione ecologica e funzionali. Basti pensare al diverso significato che assumono la voce italiana "paesaggio" e quella inglese "landscape". In tempi recenti questa concezione si è aperta ad un ambientalismo a sua volta imprintato su valori estetizzanti ed elitari. Da una parte la nobiltà della natura pretesa "selvaggia" e "incontaminata", bella nella sua inutilità per l'uomo, palesemente riconducibile ai valori aristocratici della caccia e dell'esclusione delle "volgari" attività contadine dallo spazio dominato dal signore (oggi cammuffate ideologicamente sotto l'etichetta "scientifica" di "disturbo antropico"). Bello è il paesaggio-giardino, bello è il paesaggio-"selvaggio".
Che importa se nella desolata campagna padana spuntano come funghi le centrali a biogas? Tanto è già un paesaggio banale, di pura utilità. Se peggiora ulteriormente che cambia?
Le centrali non disturbano il senso estetico di lor signori e la puzza i villici possono sorbirsela
Non siamo lontani dalla logica della borghesia industriale ottocentesca. Inorridita dallo squallore di quel paesaggio da inferno dantesco che le forniva i profitti (sulla base dello sfruttamento spietato degli ex-contadini "liberati" dalla terra), elaborava nelle sue componenti intellettuali, in funzione compensatoria, quelle concezioni estetiche romantiche che continuano ad improntare l'immaginario attuale (basti pensare all'immagine delle Alpi).
Rispunta in definitiva nelle vicende attuali delle "rinnovabili" il dualismo della cultura borghese con le due facce della medaglia: quella delle ferriere, delle miniere, delle filande e quella della rielaborazione di valori estetici aristocratici rispunta. Basta tenere separati i piani: applicare due pesi e due misure.
Il biogas non disturba gli esteti perché devasta non tanto in senso estetico il paesaggio quanto in quello di una profonda destrutturazione di equilibri economici ed agronomici e poi ... non siamo sulle marine, sui colli dei pittori rinascimentali o sui crinali... Un po' di mitigazione con cortine arboree e non si vede più nulla nel piattume padano. Quanto alla puzza e al disturbo del via vai di camionate... beh, pazienza. Tanto riguarda quattro sfigati. E poi si sa lo stomaco e il naso dei villici sono grossolani, possono sopportare. Chiamatelo razzismo o classismo a vostro piacimento. Ma è sempre quello. Quello della "satira del villano".
Va comunque detto che anche quando la centrale a biogas viene piazzata a fianco di un oratorio medioevale e a poche centinaia di metri dall'Abbazia di Viboldone in uno scampolo di paesaggio rurale del sud-est milanese sfuggito alla devastazione (Occhiò di San Giuliano), i signori intellettuali e ambientalisti snob continuano a fregarsene.
Un Forum che ha perso mordente
Purtroppo anche il Forum dei movimenti per la terra e il paesaggio non sembra distaccarsi più di tanto da questi orientamenti. Noi aspettiamo fiduciosi una risposta alla richiesta di prendere posizione sul biogas. Ma non arriva. Il Forum nasce dal Movimento stop al consumo di suolo che era nato sulla base di gruppi locali anche se su ispirazione di culture "urbanistiche" e "paesaggistiche" a dir poco distanti da quella della Terra quale matrice, fonte di vita e sacralità propria dei contadini. Purtroppo, fregato dal desiderio di visibilità, il movimento si è aperto alle grandi organizzazioni ambientaliste "istituzionali" (Italia Nostra, WWF, Legambiente) più improntate all'ecologismo urbano e borghese che a quello contadino. Dentro al Forum però ci sono anche movimenti e comitati di base e ... Slow Food e questo ci fa sperare in una evoluzione.
Petrini è l'eccezione che conferma la regola ma è anche una voce autorevole
Da tutto questo brutto panorama si distacca Carlin Petrini è sinora l'unico tra gli intellettuali, giornalisti, illustri professori, opinion maker, ambientalisti d'antan, uomini di cultura (o autoproclamatisi tali) che ha preso posizione senza se e senza ma contro il biogas. Che non ha esitato a trattare di puzze e digestioni anaerobiche. Perché ai fini di un cibo buono e pulito e giusto stallatico e digestati non sono la stessa cosa. La legittimazione concessa da Petrini al movimento anti biogas gli ha fornito un grosso impulso. Quelli che sino al giorno prima che uscisse l'articolo erano solo dei "talebani" che lottavano contro i mulini a vento hanno trovato una sponda. Non poco hanno aiutato a far uscire il movimento anti biogas dalle catacombe o comunque dalla dimesione locale anche le trasmissioni della Gabanelli che hanno smosso persino il presidente della regione Emilia-Romagna.
La posizione coraggiosa di Petrini (riportiamo in questa pagina anche il suo famoso intervento su Repubblica) conferma che il fondatore di Slow Food è un personaggio fuori dagli schemi, assolutamente estraneo alle faune politico-intellettuali italiche (tanto che i suoi più feroci detrattori si trovano a sinistra, negli incrollabili vati delle magnifiche sorti progressive, dello scientismo, della religione del progresso tecnologico).
È segno della vitalità di Slow Food e del fatto che Petrini e non è diventato un profeta che predica nel deserto il fatto che alla sua uscita anti biogas è corrisposta l'altrettanto coraggiosa posizione di Slow Food Cremona, la provincia italiana più massacrata da questa piaga con ormai il 30% dei terreni agricoli sequestrato per alimentare i digestori (e la speculazione).
Ora ci vorrebbe un piccolo sforzo in più
In nome dei tantissimi comitati che si battono contro le centrali e che stanno cercando di coordinarsi anche a livello chiediamo a Slow Food, alle condotte delle aree bersagliate dalle richieste di autorizzazione di nuove centrali di prendere come ha fatto Cremona una posizione forte in favore di una MORATORIA nazionale. Amministratori regionali e provinciali nonché esponenti politici di vari partiti ormai dichiarano apertamente che va fermata la corsa al biogas ottenuto da materie prime agro-alimentari e zootecniche. Concordano che è follia economica continuare su questa strada sotto la spinta dii incentivi stratosferici e dai finanziamenti in conto capitale per la realizzazione delle centrali. Si torna a parlare di un limite massimo nell'ambito delle aziende agricole delle superfici destinate al biogas
Sì a rinnovabili ed efficienza. No a eolico e fotovoltaico a terra
CONFERENZA STAMPA
Le Associazioni riunite in conferenza stampa chiedono al GOVERNO:
una MORATORIA di tutte le autorizzazioni per i nuovi
impianti a terra fino a quando la riforma non sarà pienamente operativa.
Se è vero che il sistema attuale non è più sostenibile, gli
investimenti devono essere decisi solo in base alle nuove regole, quando
esse saranno definitivamente approvate.
Le Associazioni riunite in conferenza stampa chiedono al PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA di poterlo incontrare per esporre le proprie ragioni e
la fondata preoccupazione che si stia definitivamente distruggendo il
Paesaggio, senza avere per contropartita la produzione energetica utile
al nostro Paese.
L’art 9 della Costituzione : “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” ,
SI CHIEDE CHE IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO SE NE FACCIA GARANTE. Sì a rinnovabili ed efficienza. No a eolico e fotovoltaico a terra
Venerdì 14 gennaio 2011 ore 12 Sede Nazionale Italia Nostra, viale Liegi 33-Roma,
Ha introdotto la mattinata Alessandra Mottola Molfino – Presidente
Italia Nostra. Sono intervenuti Rosa Filippini – Presidente
dell’associazione “Amici della terra”; Mariarita Signorini e Oreste
Rutigliano del gruppo “Energia” di Italia Nostra nazionale; Carlo
Alberto Pinelli – Presidente onorario dell’associazione “Mountain
Wilderness Italia”, Carlo Ripa di Meana – Presidente del CNP;
E’ pervenuta l’adesione del CAI nazionale e l’adesione di Vittorio Sgarbi.
Nel corso degli interventi si è ricordato che:
la riforma del Governo rappresenta, un’importante presa d’atto di
denunce che non possono essere smentite né ignorate. Vanno, perciò,
respinti gli attacchi delle lobby che vorrebbero demolirla,
stralciandone gli articoli più significativi al solo scopo di mantenere
le proprie posizioni di privilegio
la riforma ha tempi lunghi di attuazione e non sarà operativa prima di
un anno. Nel frattempo, rischiamo di assistere a una corsa sfrenata alle
nuove installazioni per acquisire i diritti vigenti prima che decadano.
L’attuale concentrazione degli incentivi sulle sole rinnovabili
elettriche sta dando risultati marginali e deludenti e impedisce al
nostro Paese d’ imboccare con decisione la strada più innovativa,
efficace e consona alle proprie caratteristiche: quella delle
rinnovabili termiche, di quelle elettriche correttamente integrate negli
edifici, delle tecnologie di efficienza energetica, degli interventi di
riqualificazione del patrimonio immobiliare.
Le conferme arrivano dalle cifre ufficiali pubblicate dal Piano del Governo e dal Gse:
Negli ultimi 10 anni la potenza installata dell’eolico ha avuto un
incremento del 34% annuo. Ciò significa che, mantenendo il sistema
attuale, nel 2013 sarebbero già raggiunti e superati gli obiettivi
definiti dal Piano del Governo per il 2020 (12.000 MW installati). A
fronte di queste installazioni, il contributo effettivo dell’eolico ai
consumi finali di energia è stato, nel 2009, dello 0,38 %. Con i 12.000
MW installati al 2020, il PAN prevede una produzione di elettricità
pari ad appena l’1,2% dei consumi finali di energia. Nel 2009 gli
impianti eolici funzionanti hanno lavorato in media per sole 1.336 ore
equivalenti a fronte di uno standard di 2.000 ore considerato
competitivo in Europa. Occorre fermare al più presto questa corsa allo
spreco di risorse economiche, che sono scarse non meno del prezioso
territorio di cui disponiamo.
Quanto al fotovoltaico, osserviamo che dei 2.504 MW installati al 2009,
ben il 66% sono impianti di oltre 50 kW, cioè grandi impianti,
generalmente installati su terreni agricoli per lucrare con facilità, grazie agli incentivi attuali.
Appena il 26,6% della potenza fotovoltaica riguarda impianti inferiori
ai 20 kW, quelli cioè correttamente installati sui tetti e che vanno a
beneficio diffuso delle famiglie. Quanto mai opportuna è quindi la
norma a tutela dei terreni agricoli, voluta dal Ministro Galan. Inoltre,
è certamente utile continuare ad assicurare il sostegno alla
diffusione del fotovoltaico sui tetti di case e capannoni industriali.
E le biomasse e il biogas? Quello va bene?
Appello per “un radicale ridisegno della strategia italiana per le rinnovabili finalizzata al 2020′
Assistiamo, nel settore delle energie rinnovabili, a uno spettacolo
indecoroso e sconcertante. Incentivi generosissimi, i più alti al mondo,
hanno determinato una vera e propria “corsa all’oro”, prima, nel
settore dell’eolico, poi, nell’ultimo anno e mezzo, anche in quello del
solare fotovoltaico.
A pagare sono tutti gli italiani, attraverso le bollette elettriche,
mentre sono praticamente azzerati i fondi per la ricerca che, invece, in
particolare per il fotovoltaico, sarebbero indispensabili.
La stessa Autority per l’energia ha documentato una crescita
esponenziale degli incentivi, considerati tra i “più profittevoli al
mondo”, rilevando un crescente fenomeno di speculazione. Per non
parlare, poi, dell’esplodere di inchieste giudiziarie che hanno
documentato il coinvolgimento della criminalità organizzata nel business
delle torri eoliche e dei pannelli fotovoltaici. E’ il momento, dunque,
di riprogettare dalle fondamenta l’intera strategia italiana per
l’energia, nel quadro generale degli obiettivi strategici fissati
dall’Europa e nell’orizzonte temporale che è il 31 dicembre 2020, non la
fine di quest’anno e di quelli immediatamente a venire.
Se teniamo conto della rilevantissima discesa dei prezzi registrata
negli ultimi 3 anni nel settore fotovoltaico, e del probabile andamento
che seguirà, scegliere di installare grandissime quantità di pannelli
tutti adesso, in pochissimi mesi, invece che in un arco di diversi anni,
è un errore clamoroso. Dovremmo invece pianificare, da oggi al 2020,
una crescita regolata, progressiva e più sostenibile di installazione di
impianti fotovoltaici, in armonia con il parallelo calo dei prezzi che
inevitabilmente arriverà e a salvaguardia del prezioso terreno agricolo,
del suolo naturale ricco di biodiversità, dei valori paesaggistici da
preservare.
Una strategia così orientata, fondata su basi di prudenza e
sostenibilità, ci permetterebbe non solo di tenere in vita l’intera
filiera del fotovoltaico da oggi al 2020, ma soprattutto di raggiungere,
a fine 2020, i 30mila MegaWatt di potenza installata: una dimensione
ben superiore rispetto ai modesti 8mila MegaWatt che il Governo ha fino
ad oggi programmato.
Quanto poi all’eolico industriale, dovrebbe ormai essere evidente a
tutti che per l’Italia questa tecnologia energetica dai pesantissimi
impatti paesaggistico-territoriali rappresenta una scelta a dir poco
infelice. Perché, come valuta Wind Power Barometer, l’osservatorio di
settore della Comunità europea, l’Italia vanta in Europa la terza
potenza eolica installata, ma è solo settima per produzione totale, e
una pala eolica in Italia produce circa la metà di quanto produrrebbe se
fosse installata in Irlanda o in Portogallo. Perché, come documentano
gli Amici della Terra, l’apporto delle torri eoliche ai consumi finali
di energia potrà al massimo essere del 2%… Ma a quale prezzo, in ogni
caso, otterremmo questi davvero modestissimi benefici energetici?
Il turismo in Italia vale infinitamente di più rispetto a quanto
potrebbero rendere alcune migliaia di torri eoliche. Perché l’Italia è
un paese con poco vento, ma con il più importante patrimonio storico e
artistico che esista al mondo, con il più alto numero di siti patrimonio
dell’umanità per l’UNESCO, con le più importanti e spettacolari aree
archeologiche del Mediterraneo.
Pensare di continuare ad innalzare migliaia e migliaia di
mega-ventilatori d’acciaio, alti dai 100 ai 150 metri (più o meno come
il grattacielo Pirelli…) sull’intera dorsale appenninica del Sud,
nell’intero Molise, sugli altopiani siciliani o sardi affacciati sul
mare, sulle magiche serre salentine oltre che sulle distese meravigliose
di uliveti secolari punteggiati di castelli rinascimentali e di
masserie fortificate o nel raggio di pochi chilometri da monumenti
straordinari, di altissima rilevanza culturale, come Castel del Monte,
la possente acropoli di Lucera, le aree archeologiche di
Altilia-Saepinum e di Pietrabbondante, la Reggia di Caserta, i templi di
Segesta e di Agrigento non è solo sbagliato, è anti-economico,
anti-costituzionale, assolutamente irragionevole, forse criminale.
Per questo, chiediamo al Governo e al Parlamento:
di definire una strategia energetica nazionale che ci accompagni fino al
2020 e che assicuri più fondi per la ricerca e l’innovazione
tecnologica e dia assoluto rilievo, oltre alla crescita dell’energia
rinnovabile, anche al risparmio e all’efficienza energetica, da
conseguire anche attraverso la bioedilizia e l’inizio di una politica di
ricostruzione/rottamazione edilizia del patrimonio immobiliare
post-bellico privo di qualità e di criteri antisismici;
di programmare l’uscita dall’eolico industriale e una riconversione dei
relativi incentivi a vantaggio delle fonti rinnovabili di energia
sviluppate in forme eco-sostenibili di autogenerazione diffusa (solare
termico e fotovoltaico, geotermia, micro impianti eolici, ecc.) e della
ricerca;
di fissare limiti all’installazione degli impianti fotovoltaici al fine
di favorirne, in modo deciso, l’installazione sui tetti relativi a
qualunque tipo di edificio, in particolare uffici, scuole, depositi,
capannoni, fabbriche, distributori di carburante, parcheggi, ecc., o
anche a terra nelle aree urbanizzate o industriali, e consentire
l’installazione a terra, su terreni agricoli, solo di impianti di
piccola taglia, al servizio dell’attività degli agricoltori per fini di
auto-consumo, e, in parte, a integrazione del loro reddito personale.
Sarebbe possibile così rispettare, oltre che l’obiettivo strategico
energetico fissato dall’Unione europea, finalmente i principi
fondamentali della nostra Costituzione che all’articolo 9 proclama
solennemente: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico
e artistico della nazione”.
Carlo Ripa di Meana, Italia Nostra, presidente sezione Roma
Oreste Rutigliano, Comitato Nazionale Paesaggio, segretario nazionale
Andrea Carandini, docente archeologia classica (Università Roma La Sapienza)
Vittorio Sgarbi, storico e critico d’arte
Vittorio Emiliani, Comitato per la Bellezza, presidente
Mario Pirani, giornalista
Giacomo Marramao, docente filosofia (Università Roma 3)
Oliviero Toscani, fotografo
Rosa Filippini, Amici della Terra, segretario nazionale
Carlo Alberto Pinelli, Mountain Wilderness, presidente nazionale on.
Maria Rita Signorini, Italia Nostra, cons. nazionale e Commiss. Naz. Energia
Emma Bonino, vice-presidente Camera
Marco Pannella, Partito Radicale Transnazionale, presidente
Elisabetta Zamparutti, deputato Camera dei Deputati
Sergio D’Elia, Nessuno tocchi Caino, segretario nazionale
Annamaria Procacci, animalista, già parlamentare dei Verdi
Stefano Allavena, Altura (Ass. tutela uccelli rapaci), presidente nazionale
Enzo Cripezzi, Lipu, coordinatore regionale Puglia
Pietro Bellasi, docente sociologia dell’arte a Bologna
Luisa Bonesio, docente Geofilosofia
Alberto Cuppini, portav. Rete resistenza sui Crinali, Emilia Romagna,
Maurizio Fiori, portav. Rete Resistenza sui Crinali, Toscana,
Giovanni De Pascalis, Italia Nostra, consigliere sezione di Roma
Nico Valerio, animalista, ecologista, Ecologia liberale
S’è già parlato di come l’energia fotovoltaica possa diventare una macchina mangia-terreni e mangia-cibo. Se i pannelli fotovoltaici sono posati direttamente a terra e per grandi estensioni essi tolgono spazi alla produzione alimentare e desertificano i suoli fino a renderli inservibili. Allora bisogna dirlo chiaro: sì al fotovoltaico, ma sui tetti, nelle cave dismesse, lungo le strade. No a quello sul terreno libero.
Adesso poi è il momento delle centrali a biogas che sfruttano le biomasse, vale a dire liquami zootecnici, sfalci e altri vegetali. Questi materiali si mettono in un digestore, qui si genera gas che serve a produrre energia elettrica e ciò che avanza – il “digestato” - adeguatamente trattato poi può essere utilizzato come ammendante per i terreni. Questi impianti sarebbero ideali per smaltire liquami (problema annoso di chi fa allevamento) e altri rifiuti biologici, integrando il reddito con una produzione di energia che può essere utilizzata in azienda o venduta. Se sono piccoli o ben calibrati rispetto al sistema chiuso dell’azienda agricola funzionano e sono una benedizione - esattamente come può fare il fotovoltaico sul tetto di un capannone o di una stalla. Ma se c’è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che fiutano affari e a cui non importa che l’agricoltura produca cibo e che lo faccia bene, allora il biogas può diventare una maledizione. Sta già succedendo in molte zone della Pianura Padana, soprattutto laddove ci sono forti concentrazioni di allevamenti intensivi. È una cosa che stanno denunciando alcune associazioni ambientaliste a livello locale e per esempio da Slow Food Cremona mi segnalano che nella loro provincia ormai la situazione è sfuggita al controllo. Tant’è vero che hanno chiesto alla Provincia una moratoria sull’installazione e autorizzazione di nuove centrali a biogas.
Che succede? Molti agricoltori, stremati dalla crisi generalizzata del settore, si trasformano in produttori di energia, smettendo di fare cibo. In pratica si limitano a coltivare mais in maniera intensiva per farlo “digerire” dagli impianti a biogas. C’è anche chi lo fa solo in parte, ma sta di fatto che tutto quel mais non sarà mangiato dagli animali e quindi indirettamente neanche dagli umani. Gli investitori li aiutano, a volte li sfruttano. Esistono soccide in cui gli agricoltori sono pagati da chi ha costruito l’impianto per coltivare mais: sono diventati degli operai del settore energia, altro che contadini. Tutto è cominciato nel 2008 con la finanziaria che prevedeva un nuovo certificato verde 'agricolo' per la produzione di energia elettrica con impianti di biogas alimentati da biomasse. Impianti “piccoli”, di potenza elettrica non superiore a 1 Megawatt. Ma 1 Mw è tanto: ciò ha incentivato il business, perché a chi produce viene riconosciuta una tariffa di 28 cent/kWh, circa tre volte quanto si paga per l’energia prodotta “normalmente”. Ecco allora che il sistema degli incentivi, cui si uniscono quelli europei per la produzione di mais, ha fatto sì che convenga costruire impianti grandi e costosi (anche 4 milioni di Euro), che posso essere ammortizzati in pochi anni. Soltanto nel cremonese nel 2007 c’erano 5 impianti autorizzati, oggi sono 130. E lì oggi si stima che il 25% delle terre coltivate sia a mais per biogas. In tutta la Lombardia si prevede che entro il 2013 dovrebbero esserci 500 impianti. Ci sarebbe da riflettere su quante volte un cittadino che versa anche le tasse arrivi a pagare quest’energia “pulita”, ma l’emergenza è di altro tipo: così si minacciano l’ambiente e l’agricoltura stessa.
Primo e lapalissiano: si smette di produrre cibo per produrre energia. Secondo: la monocoltura intensiva del mais è deleteria per i terreni perché deve fare largo uso di concimi chimici e consuma tantissima acqua, prelevata da falde acquifere sempre più povere e inquinate. Senza rotazioni sui terreni si compromette la loro fertilità e si favorisce la diffusione di parassiti come la diabrotica, da eliminare con un’ulteriore aggiunta di antiparassitari. Se il mais non è per uso alimentare, poi, sarà più facile mettere due dosi di tutto invece di una, senza farsi tanti scrupoli. Terzo: chi produce energia coltivando mais può permettersi di pagare affitti dei terreni molto più alti, anche fino a 1500 euro per ettaro, il che crea una concorrenza sleale nei confronti di chi invece ne ha bisogno per l’allevamento. È lo stesso fenomeno che si è creato con i parchi fotovoltaici, dunque sta piovendo sul bagnato. A chi alleva servono terreni soprattutto per rientrare nella “direttiva nitrati”, che dovrebbe regolare lo smaltimento dei liquami in maniera sostenibile. Chiedete ai contadini e agli allevatori: i terreni non sono mai stati così costosi come oggi, e per un’azienda che già subisce i danni di un mercato drogato da speculazioni e imposizioni di prezzi bassi da parte del sistema distributivo può voler dire soltanto una cosa, la chiusura.
Ma andiamo avanti. Quarto: gli impianti stessi, quelli da 1 Mw, sono grandi strutture e per costruirle si consuma terreno agricolo sacrificandolo per sempre. Quinto: ci sono già le prime voci sulla nascita di un mercato nero di rifiuti biologici, come gli scarti dei macelli, venduti illegalmente per fare biogas. Non andrebbero mai utilizzati come biomasse, perché ciò che avanza dalla “digestione” poi viene sparso per i campi come ammendante e in questi casi oltre a inquinare potrebbe anche diffondere malattie.
Il problema è la scala. Diciamo chiaramente che in sé il biogas da biomasse non avrebbe nessun difetto. Ma se è realizzato a fini speculativi ed è sovradimensionato, se fa produrre mais al solo scopo di metterlo nell’impianto, se fa alzare i prezzi del terreno, lo consuma e lo inquina, allora bisogna dire no, forte e chiaro. Da questo punto di vista sarà bene che le amministrazioni (comunali per impianti piccoli, provinciali per quelli più grandi) comincino a valutare i fini reali degli impianti prima di concedere autorizzazioni, e sicuramente questi problemi andranno affrontati e debellati con la nuova PAC, la politica agricola comune, che si è iniziata a discutere a Bruxelles.
Da un punto di vista umano capisco gli agricoltori che hanno intravisto con il biogas un modo per risalire la china di un’agricoltura industriale sempre più in crisi. Ma sono sicuro che ci sono altri modi di fare agricoltura, più puliti, diversificati, che puntano alla vera qualità. Questa agricoltura può essere molto remunerativa e dare futuro ai giovani, mentre è soprattutto quella di stampo industriale che sta collassando. Inoltre, prima o poi gli incentivi finiranno. Il biogas con grandi impianti è una pezza sporca che alcuni stanno mettendo alla nostra agricoltura malata, ottenendo l’effetto di darle così il colpo di grazia. Sarà molto difficile tornare indietro: i terreni fertili non si recuperano, le falde s’inquinano, la salubrità sparisce, chi fa buona agricoltura è costretto a smettere a causa di una concorrenza spietata e insostenibile. Agricoltura industriale, che ossimoro.
Carlo Petrini